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sabato 24 febbraio 2007

Pescatore frettoloso e affamato.

Davanti alla porta sapeva solo fare una cosa, lasciarla chiusa, per andarsene a cercarne una un po’ aperta.
Lonz camminava tutti i giorni per andare al lavoro per tre quarti d’ora, gli piaceva, pensava a quando era più piccolo, la ninna nanna dei rumori della strada prima di dormire, mista nei sapori delle sensazioni alle ombre lunghe e precise sul soffitto generate dalla luce del lampione che attraversava la pesante tapparella di legno. Per tre quarti d’ora, ogni giorno, ripercorreva lo stesso cammino dei sogni, quel bel luogo misto di odori e luci filtrate da oggetti vari, e poi, il suo sportello. Le lamentele più banali dovevano essere ascoltate con interesse, suscitando un sintomo di compassione e voglia di mettercela tutta per aiutarli. Non me ne fotteva un cazzo, di nessuno, ma non lo facevo intendere: “ Mi avevate detto, che l’assistente era gratuito, e non avevo bisogno di voi, se non avevo firmato come avevo pensato che mi fregavate!” - “Le luci non sono perfette, io ho pagato per un prodotto perfetto, non per una cosa mediocre, voglio la perfezione, e lei deve capire che mi deve dare la perfezione, certo lei che ne sa, con il vostro pressapochismo ci si può aspettare solo che gli aerei cadano e che il governo vada a prendersi i miei miseri risparmi per pagare i caffè ai ministri!” - “Ho fatto anche io un lavoro come il suo…”
L’altro quarto d’ora, del rientro, non era mai bello come quello dell’andata. Avevo per la testa le loro voci, di quelli che vedono nella mia faccia le cause delle loro pene, e ti vedono un bastardo, un incompetente, parlano gesticolando molto credendo che altrimenti non li capisci. Fanno i comprensivi a volte, si immedesimano per poi alla fine dirti che fai un lavoro di merda.
A casa mi aspettano ben poche cose. Resto nudo in cucina, nel mio tavolo di cucina, con un tovagliolo legato ad un braccio, una bottiglia, un piatto riempito con cibi scadenti e un ventilatore al soffitto. Testa a ventisei gradi sul pavimento, contorto in uno spasmo, dolore, urla, mai sentite da nessuno. Non serve a nulla, ma è una esigenza.
Alle quattro e ventisei nuovamente la passeggiata, quarto d’ora di benessere, unico, e al lavoro, lo sportello, quello con quelli li che ti parlano gesticolando. E poi quarto d’ora verso casa. Ora resto un po’ nell’ingresso, cercando di capire che faccio. Voglio cambiare, sì, da diversi anni cambiare, senza riuscirci. Resto li, mano tra i capelli. Esco di casa. Vado al porto. I pescatori guardano il mare, chiedendo cose, cosa fare forse, io gli cammino affianco, li scruto e li invidio. Non riesco a stare fermo come loro. In attesa, che succeda qualcosa, che qualcosa finisca per impigliarsi nella tua vita, per quel po’ di esca che tu gli proponi. Io ero convinto che fosse necessario qualcosa di più, o forse non ero capace di aspettare che succedesse qualcosa. Volevo che succedesse prima, per forza.
Torno a casa, senza aver pescato, senza aver cercato di pescare più in fretta, senza aver fatto nulla insomma, per cambiare le cose.

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