Nat è sdraiato sul divano, guarda le gocce di sudore cadere a terra dopo aver solcato il viso reso gelido dalla vergogna. La telefonata che ha appena ricevuto gli confermava quello che ormai ipotizzava da diversi anni, ma senza aver mai avuto la possibilità di confermare i fatti. Poco da pensarci su. Una ventiquattrore era sempre pronta con dentro passaporto, mutande, qualche liquido per ogni valuta più comune e una piccola pistola in ceramica per ogni evenienza. Dopo quattro ore cammina già in direzione del locale in cui sarebbe avvenuto l’incontro con il rapper FGJ che lo aveva sfidato. Prepararsi in bagno davanti allo specchio non è lo stesso, cercando di mimare le giuste mosse con le mani per sottolineare un bell’insulto, che se non incorniciato debitamente in bel fluido movimento delle mani diviene facilmente fumo al vento. È pronto allo scontro, lo scontro della vita con FGJ, il più potente rapper di tutta la est-coast, colui che è riuscito a rappare per undici ore e ventisei minuti consecutivi senza aver mai avuto bisogno di bere o sedersi o respirare in maniera affannosa. Il più grande. Ma stasera aveva sfidato Nat, nel tipico modo che si usa tra rapper Glad, dicendogli: Mi scopo tua mamma…
Da bambino Nat giocava con le barbie della cuginetta. Gli piaceva farle fare cose strane e particolari, ma il padre non apprezzava la cosa, così un bel giorno decise di dargli una bella lezione. Nat aveva ancora i denti da latte per sua fortuna, perché con un solo pugno ben assetato, il padre riuscì a fargli volare tre incisivi e due premolari! Il povero Nat è riverso sul prato con il sangue che usciva dalla bocca e dal naso. Tossisce e vomitava dallo spavento e dolore. Si alza in piedi e guarda il padre diritto negli occhi, sporco di sangue, ma non una goccia di lacrime esce dai suoi occhi. Rimasero fermi lì per qualche secondo, e Nat guardava il cielo lievemente velato da simpatiche nuvolette arrossate di vergogna per quello che gli aveva fatto il padre. Si abbassa lentamente per prendere una barbie, quella tatuata, che si era fatto lui… la stringe in mano con rabbia e urlando più forte che poteva si scagliò verso il padre, assestando una splendida testata ai coglioni del genitore. dopo tre secondi era a terra senza respiro guardando un punto non ben definito all’orizzonte.
I Glad rapper non sono cantanti normali, ma una evoluzione dei primi e vecchi scontri verbali in rima. I combattimenti avvengono in un ring di dimensioni standard e con regole ben precise. Gli scontri possono esse singoli o in gruppo, ma solo uno alla fine vince. Chi rimane in piedi, oppure ai punti. Ci sono set di un minuto a testa in cui si deve cantare offendendo l’avversario con insulti e mosse stilose che possono colpire fisicamente alle gambe e al volto il contendente.
Il locale non aveva nome. Solo una luce gialla e fioca faceva intuire la sua esistenza nella stretta via del vecchio borgo. Alti palazzi antichi che lasciavano passare solo il sole di mezzogiorno. Bussa e dopo poco il portone liscio si apre lasciando uscire fumo e un vecchio pazzo dolorante che si reggeva ciò che gli rimaneva del fegato. Sputa sangue, ma non ne sono sicuri ne Nat ne il butta fuori che si guardano senza salutarsi ma anzi, con sfida, che comunque sia in quei posti è sempre considerata una forma di rispetto. Di li a poco si trova affianco dellarbitro che gli rinfresca le regole:
- “Allora, non voglio stronzate come quelle che fate dalle vostre parti. Niente frasi blasfeme, niente riferimenti alla politica e non tollero errori di pronuncia. Do mezzo fallo per ogni errore di dizione, siamo chiari!?” Nat non lo ascoltava, vedeva solo la sagoma di FGJ con una luce inauditamente potente dietro di lui che lo accecava.
- “Sì, ok. Sono pronto”

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