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sabato 24 febbraio 2007

Pisciata fatale.

Devo lavarmi le mani, ma non ho acqua da sprecare. Speriamo bene. Nuovamente in macchina. Il caldo affogante dell’abitacolo mi fa immaginare come starò dopo la morte, ma per ora tocca reimmettersi nella statale che ci porterà, forse, a destinazione. Io, il mio amico Get e il mio acquario con pesciolini tropicali improbabili c’eravamo fermati per fare un po’ di pipi e per sgranchirci le gambe. La strada sembra più una linea tirata a caso da un pazzo sopra la terra stracotta dagli infernali raggi che continuano ad assediare il nostro piccolo trabiccolo con il quale, a parte qualche piccola ammaccatura, potremo fare ancora bella figura tra i viali di Goty Town, verso la quale siamo diretti. Get di tanto in tanto mette la mano fuori del finestrino e chiude gli occhi, probabilmente pensando a quando era bambino, agli amici, alle vecchie ragazze, alle sbronze, a quella calda sensazione della gioventù che a volte fa venire i brividi. Muove lentamente la mano in un gioco di vortici, quasi come un direttore d’orchestra, poi sgrana gli occhi e dice: “ Cazzo! Roberto!”

Inchiodo bruscamente, facendo uscire un po’ d’acqua dall’acquario.

Cinquecento chilometri indietro, lungo la linea pazza che scorre al lato della strada cammina Roberto, da un giorno senza acqua né cibo. Per quanto non passassero macchine da 24 ore e all’orizzonte non si scorgesse anima viva, lui camminava con stile, a tempo, atteggiando le spalle in un liquido movimento che si addirebbe ad un modello in una passerella. Era fatto così, non lo faceva per gli altri, lo faceva anche a casa, solo. Non un albero per chilometri all’orizzonte. Solo la linea pazza gialla e scolorita gli faceva compagnia nel suo cammino verso il nulla. Incomincia a temere ora, senza acqua, con quel caldo, non avrebbe potuto resistere allungo.

Ne era sicuro, era quella macchina che ha sentito passare quando si era allontanato per pisciare. Che cazzata, che cazzata assurda, pensò, era stata allontanarsi dalla linea pazza per pisciare. Chi lo poteva vedere? Ma lui era così, troppo preciso, rischiare di morire dimenticato, per pisciare.

Cerca un piccolo ciottolo tondeggiante e se lo mette in bocca, come aveva letto nel suo manuale di sopravvivenza, per aiutare a combattere la sete... gli sembrava una cazzata, ma un po’ funzionava. Aveva voglia di cagare, ma pensò che era meglio trattenere qualunque tipo di fluidi dentro il corpo, il più possibile.

Nel mentre io, Get e i pesciolini frastornati rimanemmo un attimo in silenzio:” Get, cosa Roberto?”

- “Gli avevo chiesto se voleva venire con noi…”

- “e quindi?”

- “Forse, credo, che ci abbia aspettato al bivio di Vellen. Mi ha detto che avrebbe preso l’autobus sino a lì e poi ci avrebbe aspettato.”

- “Cazzo! Ma come cazzo hai fatto a dimenticarti!”

- “Non posso sempre ricordami tutto, lo sai come sono. Poi potrebbe non essere nemmeno andato, che ne so? Lo avremmo visto, no? Hai viso qualcuno tu?”

- “Non lo so coglione, stavo dormendo e guidavi tu ieri!” lascio le mani sopra il volante guardando il livello del carburante. Non bastava. Non bastava per tornare in dietro. Il vento torrido portava polvere finissima dentro l’abitacolo, massaggiava i capelli riempiendoli di polvere.

- “Non lo so, sì, ho fatto un po’ d’attenzione al bivio, ma non ricordo, non credo, forse c’era uno, ma era lontano dalla strada, ma non so se era proprio li. Si sarà cagato sotto e avrà deciso di mollare!”

Roberto incominciava a sentirsi un po’ debole, sperava che passasse una macchina, riusciva a vedere a decine di chilometri di distanza, continuando a guardare sempre più lontano verso i monti fluidi che a causa del caldo si erano liquefatti e volteggiavano ritmicamente all’orizzonte. L’intestino iniziava a pretendere il meritato svuotamento, ma non era ancora possibile. Toppi fluidi. Non sapeva nemmeno se pisciare per bersi l’urina. Non aveva ancora capito se facesse male oppure no. Conosceva una ragazza che lo faceva, che beveva la pipì, ma l’aveva vista una volta sola, quindi non sa. Nel suo libro c’era scritto di non farlo, ma aveva sentito di un sacco di persone che si erano salvate in questo modo quando erano rimaste intrappolate tra le macerie di un terremoto. Beh, voleva provare, almeno ad assaggiarla. Era disperato, è ovvio. Ma non aveva bottiglie, quindi si aprì la lampo e si mise le mani a catino davanti al pisello. Ne fece un po’, calda… la avvicinò alla bocca e cercò di berla come si fa da piccoli per prendere una medicina disgustosa. Trattenendo il respiro. Salata, un po’ amarognola ma non più di tanto. Si poteva fare. Diede un altro paio di sorsetti del suo prezioso fluido e riprese la folle marcia verso le montagne molli.

- “Ce la dobbiamo fare Get. Senza di lui non saremmo arrivati a tutto questo. Dobbiamo tornare indietro a prenderlo. Anche se non sappiamo se c’è, anche se si meriterebbe di crepare come uno qualunque…”

- “Perché?”

- “Niente, non si è comportato tanto bene negli ultimi tempi…”

- “ Sì, ma se torniamo a prenderlo, ammesso che ci arriviamo, rimarremmo a secco. Non ci basta la benzina per andarcene da lì. Non ci sono stazioni di servizio per centinaia di chilometri. L’autobus ripasserà fra sei giorni!!!”

- “Merda, MERDA!” spengo il motore e bevo un sorso d’acqua tiepida. “ Prima che ti mettessi a guidare tu, ti ricordi? Ho visto sulla destra una fattoria abbandonata. Forse lì, ci sarà un pozzo, no? Tutte le fattorie hanno un pozzo, come farebbero altrimenti?”

- “Ma era abbandonata no? Forse proprio perché non c’è più acqua. Magari la falda si è abbassata e non ce n’è più. O potrebbero averlo avvelenato chi lo sa.”

- “Ma cazzo! Dobbiamo provare, ma come cazzo hai fatto a dimenticarti, te ne rendi conto!” metto la mano sulla chiave d’avviamento e guardo il nulla. Non era colpa di Get. Poteva succedere a chiunque che trasportava quello che trasportavamo noi. Perdi la testa, pensi a mille cose. Non puoi ricordarti tutto.

Roberto incominciava davvero ad avere paura di non farcela. La sete ti fa fare cose strane, sentirsi soli con quella strana linea di catrame che taglia in due quei 360 gradi di niente. Ma perché non se ne era rimasto a casa sua. Dovevano arrivare i nuovi campionari, aria condizionata, bibite ghiacciate. Forse non era stato un caso. Lo avevano visto e lo avevano lasciato lì. Mikrj e lui avevano avuto qualche battibecco il mese precedente. In pratica Roberto ci aveva provato con la sorella di Mikrj, e li aveva beccati sul suo letto nel mentre che facevano giochetti un po’ particolari. Beh, c’era la sorella in ginocchio sul letto a bocca aperta e Roberto faceva la pipì nella sua bocca. Non è di certo bello assistere ad una cosa del genere, vedere la propria sorellina, tra l’altro sul tuo letto!, che si fa fare quelle cose dal tuo migliore amico. Le fitte lancinanti all’intestino si fanno meno frequenti ma aumenta proporzionalmente l’intensità del dolore.

Get ed io decidemmo di tornare, inversione ad U e un altro po’ d’acqua fuori dall’acquario.

Si fece buio, ci alternammo un paio di volte alla guida per il sonno. Non sapevamo dove andavamo, se stavamo facendo la cosa giusta, rischiavamo di morire da scemi? Sarebbe stato meglio saperlo con certezza, almeno facevi il viaggio con la sicurezza di andare a salvare qualcuno. Noi andavamo forse a non salvare nessuno.

- “Get, svegliati! Oh! Secondo te, ne sei sicuro?

- “cosa?”

- “Questo viaggio, Goty Town. Non è una pazzia? Forse sbagliamo.”

- “Ne abbiamo parlato per anni. Lo progettiamo da anni. Perché ora ti vengono queste idee? Che c’è?”

- “Forse abbiamo sempre sbagliato tutto. Forse non è il momento, perché noi? Perché dovremmo pensarci noi? Cazzo Get! Siamo ragazzi ci pensi? Ci hanno rincoglionito da quando siamo nati con 'ste stronzate.”

- “Che cosa vorresti fare allora? Molli tutto. Hai ucciso un poliziotto! Te ne sei scordato? Guardati le mani, ce le hai ancora sporche cazzo! Qui dietro c’è quello che ci permetterà di essere rispettati ed ascoltati. Lo volevi più d’ogni altra cosa! Fermati cazzo! FERMATI!!!” La macchina inchioda, altra acqua fuori dall’acquario e questa volta anche un povero pesciolino che va a boccheggiare nel tappetino tra cicche pop-corn e vomito incrostato.

Roberto è accasciato al lato della strada, infreddolito e intontito a tal punto da non riuscire a dormire. Guarda le stelle, ma è tranquillo. Crede anche lui a quello che voleva fare. Negli ultimi tempi si era un po’ allontanato da Mikrj e Get. Li credeva pazzi, incapaci di realizzare qualcosa, sempre a parlare di problemi, mai una ragazza, depressi e insoddisfatti. Ma infondo hanno sempre nutrito gli stessi ideali, sin da quando studiavano ancora all’università. Guarda le stelle e ripensa a quando facevano i loro primi esperimenti, a quando mettevano per scherzo del solfato di zolfo dentro l’aula magna, rendendo irrespirabile l’aria per giorni. Non voleva morire così, per niente.

- “Noi prendiamo Roberto, andiamo alla fattoria e aspettiamo che passi la corriera fra cinque giorni. La blocchiamo. Prendiamo il carico, lo carichiamo e se necessario guideremo l’autobus. Non c’è problema. Si risolverà tutto ok?”

- “Sì Get, ok. Scusa, sono stanco e questo proprio non ci voleva. Ora saremmo già arrivati…” Ripartimmo, mancava poco ormai al bivio di Vellen, una o due ore. Forse meno se lui camminava verso di noi.

Roberto era ancora sdraiato quando gli venne una fitta ormai al limite della sopportazione. Era giunto il momento di evacuare il prezioso liquido corporeo. Questa volta non si sarebbe allontanato dalla strada! Posizione tipica, mutande e pantaloni in mano e culo all’aria verso la luna. Non voleva uscire, probabilmente a causa della scarsa umidità delle feci, rinsecchite e dure come la pietra. Un primo proiettile, biancastro e odoroso si scaglio sull’asfalto, rotolando simpaticamente a due metri di distanza. Gli altri stronzetti si ostinavano a rimanere aggrappati al cordone intestinale e le forze di Roberto incominciarono a mancare. Si dovette mettere in ginocchio. Strano cagare in ginocchio! Abbassò la testa a terra con le braccia davanti appoggiandosi per riposarsi i più possibile. Si guardava l’uccello penzolare come un pendolo davanti alla rossastra luna che spuntava all’orizzonte. Continuava a sforzare ma niente, il tappo secco era incapace di farsi strada tra i possenti muscoli dello sfintere. Si addormenta in questa posizione, sul ciglio della strada.

- “Get, guida tu, sono troppo stanco, Nooo!.”La macchina sbanda vistosamente. Un rumore cupo e allo stesso tempo crepitante ci risvegliò pienamente. “Cazzo è stato Mikrj, hai schiacciato una lepre?”

- “Non lo so cazzo, era una lepre un po’ troppo grossa, non ho visto nulla. Forse sì, mi è parso di vedere un bagliore bianco sulla destra poco prima. Siamo quasi arrivati, tieni gli occhi aperti.”

I bambini

La pipa era vecchia. Il suo odore, anche da spenta, dopo qualche ora riusciva a profumare le stanze in cui si posava. Deng la guarda da lontano, seduto nella sua comoda ed avvolgente poltrona vicino al camino acceso. Non vorrebbe più accenderla, non più. Nel guardarla gli ritorna in mente una telefonata importante. Preso il vecchio telefono se lo poggia sulle ginocchia e fa il numero. Tuuuu….tuuuu…. - “Sì?”

- “Ehm… Sono Deng, ciao.”

- “Era ora. Allora? Devi venire?”

- “ho avuto qualche problema, scusa se non ti ho chiamata prima. Ma lo sai…”

- “Sì però… comunque tra tre giorni siamo al faro. Vedi di esserci.”

- “Cosa devo portare? Attrezzatura leggera o pesante?”

- “Fai tu. Sei tu il professionista. Considera che i bambini sono armati e contagiosi. Considera l’opzione di una soluzioni totale… insomma, ci siamo capiti.”

- “sì, ci avevo già pensato, porto il Torazin, due fiale dovrebbero bastare. Ma spero di non doverle usare. Lo sai come la penso.”

- “Fra tre giorni. Al faro” Deng a questo punto non poteva fare altro che riaccendere la sua vecchia pipa. La tensione era troppa. I bambini erano sfuggiti al nostro controllo.
Prepara le valige e l’attrezzatura la sera stessa, tenendo sempre stretta tra i denti la sua fedele pipa ossuta e odorosa. Valige speciali, in metallo, per contenere la preziosa e sofisticata attrezzatura necessaria al suo lavoro. Mancano però ancora due giorni alla sua partenza, quindi decide di dedicarsi un po’ al giardino, alle faccende di casa e ne approfitta per andare a trovare suo fratello all’ospedale : -“ Ciao Alg! Cavolo! Ma che hai fatto alle tue orecchi?

- “Eh! Ciao Deng… non sei ancora morto? Nuovamente con la tua pipa?”

Glad-rapper

Nat è sdraiato sul divano, guarda le gocce di sudore cadere a terra dopo aver solcato il viso reso gelido dalla vergogna. La telefonata che ha appena ricevuto gli confermava quello che ormai ipotizzava da diversi anni, ma senza aver mai avuto la possibilità di confermare i fatti. Poco da pensarci su. Una ventiquattrore era sempre pronta con dentro passaporto, mutande, qualche liquido per ogni valuta più comune e una piccola pistola in ceramica per ogni evenienza. Dopo quattro ore cammina già in direzione del locale in cui sarebbe avvenuto l’incontro con il rapper FGJ che lo aveva sfidato. Prepararsi in bagno davanti allo specchio non è lo stesso, cercando di mimare le giuste mosse con le mani per sottolineare un bell’insulto, che se non incorniciato debitamente in bel fluido movimento delle mani diviene facilmente fumo al vento. È pronto allo scontro, lo scontro della vita con FGJ, il più potente rapper di tutta la est-coast, colui che è riuscito a rappare per undici ore e ventisei minuti consecutivi senza aver mai avuto bisogno di bere o sedersi o respirare in maniera affannosa. Il più grande. Ma stasera aveva sfidato Nat, nel tipico modo che si usa tra rapper Glad, dicendogli: Mi scopo tua mamma…

Da bambino Nat giocava con le barbie della cuginetta. Gli piaceva farle fare cose strane e particolari, ma il padre non apprezzava la cosa, così un bel giorno decise di dargli una bella lezione. Nat aveva ancora i denti da latte per sua fortuna, perché con un solo pugno ben assetato, il padre riuscì a fargli volare tre incisivi e due premolari! Il povero Nat è riverso sul prato con il sangue che usciva dalla bocca e dal naso. Tossisce e vomitava dallo spavento e dolore. Si alza in piedi e guarda il padre diritto negli occhi, sporco di sangue, ma non una goccia di lacrime esce dai suoi occhi. Rimasero fermi lì per qualche secondo, e Nat guardava il cielo lievemente velato da simpatiche nuvolette arrossate di vergogna per quello che gli aveva fatto il padre. Si abbassa lentamente per prendere una barbie, quella tatuata, che si era fatto lui… la stringe in mano con rabbia e urlando più forte che poteva si scagliò verso il padre, assestando una splendida testata ai coglioni del genitore. dopo tre secondi era a terra senza respiro guardando un punto non ben definito all’orizzonte.

I Glad rapper non sono cantanti normali, ma una evoluzione dei primi e vecchi scontri verbali in rima. I combattimenti avvengono in un ring di dimensioni standard e con regole ben precise. Gli scontri possono esse singoli o in gruppo, ma solo uno alla fine vince. Chi rimane in piedi, oppure ai punti. Ci sono set di un minuto a testa in cui si deve cantare offendendo l’avversario con insulti e mosse stilose che possono colpire fisicamente alle gambe e al volto il contendente.

Il locale non aveva nome. Solo una luce gialla e fioca faceva intuire la sua esistenza nella stretta via del vecchio borgo. Alti palazzi antichi che lasciavano passare solo il sole di mezzogiorno. Bussa e dopo poco il portone liscio si apre lasciando uscire fumo e un vecchio pazzo dolorante che si reggeva ciò che gli rimaneva del fegato. Sputa sangue, ma non ne sono sicuri ne Nat ne il butta fuori che si guardano senza salutarsi ma anzi, con sfida, che comunque sia in quei posti è sempre considerata una forma di rispetto. Di li a poco si trova affianco dellarbitro che gli rinfresca le regole:

- “Allora, non voglio stronzate come quelle che fate dalle vostre parti. Niente frasi blasfeme, niente riferimenti alla politica e non tollero errori di pronuncia. Do mezzo fallo per ogni errore di dizione, siamo chiari!?” Nat non lo ascoltava, vedeva solo la sagoma di FGJ con una luce inauditamente potente dietro di lui che lo accecava.

- “Sì, ok. Sono pronto”

Gli Agganciatori

Mop masticava la sua ottima gomma da masticare, e guardava fuori dal vetro. Il traffico era parecchio come sempre, ma non lo infastidiva, anzi gli dava più tempo per pensare a quello che avrebbe dovuto fare nelle prossime ore. L’ultima cosa che avrebbe voluto quel giorno era ricevere l’ennesimo “aggancio”, così lo chiamavano in gergo, odiava il cellulare e il CWM, ma gli servivano per lavoro, doveva rispondere se lo agganciavano o chiamavano, quindi li doveva tenere sempre accesi … per ora niente, si poteva godere il traffico in tutta tranquillità, nella scomodità delle maledette sedie di plastica dei servizi pubblici della maledettissima città.
Mop lavora per una società di informatica. Si occupa di servizi mediante i quali vengono velocizzate operazioni o vengono raccolte informazioni di vario genere. È un lavoro decisamente riservato di cui non parla con nessuno, e non può parlarne con nessuno. Le informazioni che raccoglie e i codici che conosce potrebbero essere usati per scopi diversi dal motivo per i quali sono stati raccolti, o così lui crede. Le politiche aziendali e le regole sono protocollate, e di spiccato accento militare; cellule di lavoro a compartimenti stagni che lavorano senza conoscersi, se non per sigle e codici che li identificano all’interno dell’amministrazione, che variano secondo un complicatissimo algoritmo che cambia ad ogni fascicolo in elaborazione in funzione del precedente codice funzionale. L’attrezzatura in suo possesso era all’avanguardia. Le tecnologie dei computer che oggi sono in commercio li possedeva diversi anni prima, di conseguenza il CWM-Processor-9007 sarebbe sembrato di fattura aliena se fosse venuto alle mani di un normale esperto di informatica. Questo particolare processore non sfrutta più la moltiplicazione infinita di transistor, bensì una nuova scienza tecnologica tetrapolare che ha permesso un balzo nella velocità tale da permettere la gestione di calcoli che elevano a potenze pari al numero di Graham noto anche come “google”; basti pensare che se tutta la materia dell'universo venisse trasformata in inchiostro, questo non basterebbe a scriverlo per esteso!!!
Mop andava in giro in autobuss con la sua anonima valigetta, dal contenuto fantastico, senza destare sospetto o attenzioni nel resto dei passeggeri che comunque lo guardavano, come fanno tutti insomma.
Cazzo! Squilla il telefono. Il CWM era sganciato(Alce non ha il codice di attivazione per quanto sia uno dei progettatori del CMW, perchè ha chiamato mop per chieedergli aiuto, senza avere il codici di lavoro. Alce lavora per la stessa società!!!). Numero sconosciuto. Doveva rispondere comunque.

- “Buon giorno, mi dia il codice”

- “Mop! DEVI AIUTARMI!

- “Che cosa? Chi sei?”

- “Ho trovato il cellulare. Non so dove sono. Aiutami!”

- “Cosa succede? Chi è?”

- “Alce! Sono Alce Mop! Sono in un bosco da un giorno che cammino! Ho paura! Non trovo più la strada! Ed è assurdo! Mi sono svegliato qui! Perché?”

- “Alce, Alce! Come hai questo numero? Non puoi averlo! Con chi sei?” Mop prenotò immediatamente la fermata. Non poteva continuare a parlare sul mezzo. Nel mentre incominciò la scansione del segnale con il CMW.

- “Non importa! La batteria si sta scaricando, aiutami! Mi sono svegliato qui, tra le montagne. Non so dove sono! Accanmai casvo!” La voce sbraitante di Alce e la disperazione stavano incominciando a mescolarsi in maniera tale da rendere incomprensibili le sue parole. Il CMW stava triangolando i segnali dei satelliti per individuare la posizione di Alce. Ma ci volevano ancora alcuni secondi per ottenere le coordinate.

- “Alce, tranquillo! Stai calmo, non capisco quello che dici.”

- “La batteria! È scarica! Fai infretta!”

- “MA cosa posso fare? Non capisco che dici? Dimmi cosa vedi! Dove credi di essere? Alce, Alce!?” Il segnale era andato. La batteria aveva ceduto. Il CMW aveva però fatto in tempo a triangolare con precisione il punto, ma in assenza del codice identificativo non avrebbe fornito il dato. Per motivi di sicurezza era stato progettato per fornire i dati solo e soltanto in presenza dei codici identificativi del richiedente. Come aveva fatto Alce a scoprire il suo numero? Già! Aveva trovato il telefono diceva. Il numero poteva essere salvato nel cellulare che aveva usato. Ma il CMW sarebbe stato agganciato se avesse chiamato un cellulare del C.A.I con il codice di idientificazione. Quindi doveva essere un celulare qualunque, e lui allora come faceva a sapere il numero? È Assurdo per Mop credere che Alce ne fosse a conoscenza. I sistemi di sicurezza del CAI erano di una tale maniacale perfezione che non era possibile sbagliare neppure per chi avesse voluto. Mop non vedeva Alce dai tempi dell’università. Incomincia a ricordare le ultime volte che lo aveva visto, cercando di schematizzare e catalogare le possibili fasi in cui lui avesse potuto capire o venire a conoscenza del suo lavoro e, poi, del numero! Era talmente complicato. Cambiava numero ogni mese, e non vedeva Alce da nove anni. Perché aveva il numero, e perché lo aveva chiamato!? Cosa stava succedendo?

……..

Pescatore frettoloso e affamato.

Davanti alla porta sapeva solo fare una cosa, lasciarla chiusa, per andarsene a cercarne una un po’ aperta.
Lonz camminava tutti i giorni per andare al lavoro per tre quarti d’ora, gli piaceva, pensava a quando era più piccolo, la ninna nanna dei rumori della strada prima di dormire, mista nei sapori delle sensazioni alle ombre lunghe e precise sul soffitto generate dalla luce del lampione che attraversava la pesante tapparella di legno. Per tre quarti d’ora, ogni giorno, ripercorreva lo stesso cammino dei sogni, quel bel luogo misto di odori e luci filtrate da oggetti vari, e poi, il suo sportello. Le lamentele più banali dovevano essere ascoltate con interesse, suscitando un sintomo di compassione e voglia di mettercela tutta per aiutarli. Non me ne fotteva un cazzo, di nessuno, ma non lo facevo intendere: “ Mi avevate detto, che l’assistente era gratuito, e non avevo bisogno di voi, se non avevo firmato come avevo pensato che mi fregavate!” - “Le luci non sono perfette, io ho pagato per un prodotto perfetto, non per una cosa mediocre, voglio la perfezione, e lei deve capire che mi deve dare la perfezione, certo lei che ne sa, con il vostro pressapochismo ci si può aspettare solo che gli aerei cadano e che il governo vada a prendersi i miei miseri risparmi per pagare i caffè ai ministri!” - “Ho fatto anche io un lavoro come il suo…”
L’altro quarto d’ora, del rientro, non era mai bello come quello dell’andata. Avevo per la testa le loro voci, di quelli che vedono nella mia faccia le cause delle loro pene, e ti vedono un bastardo, un incompetente, parlano gesticolando molto credendo che altrimenti non li capisci. Fanno i comprensivi a volte, si immedesimano per poi alla fine dirti che fai un lavoro di merda.
A casa mi aspettano ben poche cose. Resto nudo in cucina, nel mio tavolo di cucina, con un tovagliolo legato ad un braccio, una bottiglia, un piatto riempito con cibi scadenti e un ventilatore al soffitto. Testa a ventisei gradi sul pavimento, contorto in uno spasmo, dolore, urla, mai sentite da nessuno. Non serve a nulla, ma è una esigenza.
Alle quattro e ventisei nuovamente la passeggiata, quarto d’ora di benessere, unico, e al lavoro, lo sportello, quello con quelli li che ti parlano gesticolando. E poi quarto d’ora verso casa. Ora resto un po’ nell’ingresso, cercando di capire che faccio. Voglio cambiare, sì, da diversi anni cambiare, senza riuscirci. Resto li, mano tra i capelli. Esco di casa. Vado al porto. I pescatori guardano il mare, chiedendo cose, cosa fare forse, io gli cammino affianco, li scruto e li invidio. Non riesco a stare fermo come loro. In attesa, che succeda qualcosa, che qualcosa finisca per impigliarsi nella tua vita, per quel po’ di esca che tu gli proponi. Io ero convinto che fosse necessario qualcosa di più, o forse non ero capace di aspettare che succedesse qualcosa. Volevo che succedesse prima, per forza.
Torno a casa, senza aver pescato, senza aver cercato di pescare più in fretta, senza aver fatto nulla insomma, per cambiare le cose.

Problemi senza soluzione




Gli diede da bere, si sedettero e parlarono.

- “cosa c’è?”

- “invidio il prossimo.”

- “non lo facevi, come mai ora sì?”

- “non mi va di parlare, ma mi va di ballare, balliamo.” Ballarono lentamente e stretti.

- “Da quanto tempo, volevo dirti di Giush. Ora è troppo tardi. Troppo.” Usci dalla stanza e andò all’aereoporto con un taxi. Dopo sette ore era a casa, dalla moglie e i figli. Il cane non lo amava, ma lo rispettava, dandogli il cibo che gli chiedeva. I quadri del salotto non gli piacevano, ma erano alla moda, e li comprò. Anche le mattonelle del bagno non gli piacevano, e la mattina lo stimolavoano… Prese la sua vecchia chitarra, la pistola nascosta tra gli abiti vecchi, andò nel bosco, cantò una sua vecchia canzone agli animali notturni, e si sparò dentro la bocca.


venerdì 23 febbraio 2007

L'ASINO


Camminavo assieme a Simone, quando una donna sconosciuta di età compresa tra i 40 e 45 mi chiede a bassa voce sorridente: Avete visto l’asino di zio Alfonso?”

Io risposi: “ cosa? Non capisco” e mi avvicinai con l’orecchio più vicino alle sue labbra. Lei sempre sorridente mi sussurra all’orecchio -“avete visto l’asino di zio Alfonso? Si è perso.”

-“No… perché parla a voce così bassa?”

- “Perché mio padre mi ha appena svegliata” e se ne andò verso il portone di una casa che era la vicino, citofonando alle persone. Mi voltai andandomene, lei mi sbirciava. Che strana situazione. Comunque il paese era in festa, tutti passeggiavano nella via illuminata. Il sindacato dei lavoratori aveva vinto. La fabbrica stava chiudando, ma un lavoratore, facendo sei al super enalotto aveva vinto 90 milioni di euro, così comprò il 51% delle azioni e salvò tutti gli amici dalla disoccupazione. Salutai Simone ed entrai in una casa, una qualunque, per vedere cosa c’era da portare via. Forzai la finestra del retro e via, dentro, felpato come un gatto. Rovistai tra i cassetti e il frizzer in ricerca di qualche scatoletta con risparmi sanguinosi. Non era giusto, lo so, ma in qualche maniera si doveva andare avanti… Spostai una coperata! Cristo! C’era un bambino di pochi mesi, forse un’anno la sotto! Chi poteva lasciare un bambino così, solo, poi sotto una coperta. Un mostro, solo un mostro maledetto. Lo presi in braccio, ci giocai, gli diedi da bere e da mangiare. Ma poi mi resi conto che in casa non c’era nulla per bambini, insomma quelle cose tipo omogeinizzati, biberon, culle e cazzi vari da neonati. Che ci faceva allora quel bambino li? Strana situazione. Ero indeciso se lasciare tutto com’era, o portare il bambino in qualche convento, o cose così, perché: se il bambino viveva li, era figlio di cani, se non viveva li allora cosa ci faceva li? Lo presi ed uscì da dove ero entrato.

Mortaretti, folla e aria frizzante e puzzolente di zolfo. Nessuno badava a me, troppa confusione, una situazione a me favorevole. Ma non avevo un bottino cacchio! Che fregatura. Infondo chi avrebbe creduto che non lo avevo rubato, ma solo aiutato? Era una situazione più pericolosa del solito. Se quel bambino era stato rubato, o sequestrato? Ero io a tenerlo!

Mi spostai dalla via principale, e camminai verso la campagna in direzione del monastero. Era buio e una timida fetta di luna faceva intravedere il ciglio del selciato, il vento increspava le grosse pozzanghere della disastrata strada e io camminavo svelto e furtivo, pronto a nascondermi al primo rumore. Arrivato in prossimita del Pozzo Maggiore mi bloccai. Vedevo qualcuno vicino al pozzo per gli animali. Era troppo buio per capire chi era o quanti erano. Il bambino fortunatamente dormiva, da quando avevamo lasciato casa. Dopo un debole raglio capii che era solo un fottutissimo asino, magari proprio quello dello zio di quella matta di prima… mi avvicinai. Era enorme! Di quelli americani, forse discendente di quella razza importata qua dagli americani dopo la seconda guerra mondiale. Aveva la sella e tutto il resto. Sembrava docile. Lo cavalcai. La strada la faceva lui, ci vedeva bene di notte. In poco tempo arrivammo ai piedi del monastero. Il portone era maestoso, di legno con cardini di dimensioni ciclopiche! Mi avvicinai. Poggiai il bambino a terra e diedi tre fortissimi rintocchi alla campana che c’era al lato del portone. Mi nascosi. Saranno passati dieci minuti, niente. Riprovai, suonando concitatamente la campana e scappai nuovamente. Ecco, il portone si apriva. Una figura umana altissima si riusciva a intravedere illuminata da una torcia tenuta stranamente molto alta, altissima. Doveva essere un frate gigante! Si inchinò, poggiò la lanterna. Rimase un po’ li, forse guardandosi intorno. Si rialzò e chiuse lentamente il pesante portone. Bene, aveva consegnato il bambino. Ma poi un rumore lo fece sussultare! Mah! Era un pianto di bambino! Corsi velocemente e silenziosamente verso l’ingresso, no! Il piccolo era ancora li, senza la coperta! Quel figlio di puttana si era preso la coperta e aveva lasciato il bambino! Che schifoso figlio di puttana maledetto! Lo presi, gli misi attorno il mio maglione e tornai dal mulo, o asino non so. Stava dormendo, però sdraiato, ciòè, io credevo dormissero in piedi. Gli diedi dei colpi, gli tirai le orecchie mi avvicinai per controllare meglio. Cacchio, era morto! Ma come è possibile? Forse l’acqua del pozzo. Oppure era semplicemente morto di qualche cosa, che sfiga… Stava albeggiando, e io non sapevo più cosa fare con quel bambino. Io non potevo tenerlo, ero troppo povero, senza una vera casa. Dividevo uno sgabuzzino con simone, e non sarebbe stato contento di questo nuovo arrivo. Lo avrebbe ucciso, senza pensarci due volte.
Tornai in paese, della festa in giro c’erano ormai solo i segni lasciati a terra dalla sporcizia e qualche tipo mal ridotto al lato delle strade. Ad un certo punto, senza sentire nessuno arrivarmi alle spalle sentii sussurrarmi all’orecchio :”Dove vai con il mio bambino” mi voltai, e infatti non c’era nessuno. Stavo dando i numeri, ero stanco, non avevo chiuso occhio tutta la notte. Di nuovo :”Dove vai con il mio bambino” e questa volta seinti pure il calore dell’alito sul mio collo! Mi voltai e niente, non c’era nessuno. Incominciai a correre, velocissimo, verso la casa dove avevo preso il bambino. Passai dal retro ed entrai come avevo fatto la sera prima. Scavalcai la finestra e percorsi il corridoio verso le camere da letto. La camera in fondo era illuminata, debolmente ma infondo al corridoio, l’ultima stanza difonte a me era illuminata. Avrei lasciato il bambino li, sul pavimento del corridoio, non c’era altro da fare. Mi voltai e me ne andai.
Sono passati tre anni da quel fatto, la fabbrica ha chiuso lo stesso, il paese è ormai fantasma, e io vivo in un camper che ho trovato abbandonato sulla strada. Del bambino non seppi più nulla.